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Il disagio dei giovani - Prof. Giuseppe Limone

Scritto il Febbraio 20th, 2006 da Visitatore

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I GIOVANI ALL’UNIVERSITA’
LA PERVERSA FORBICE FRA MITI E BISOGNI
PROF.GIUSEPPE LIMONE
DIRETTORE DIPARTIMENTO DI SCIENZE GIURIDICHE

I GIOVANI ALL’UNIVERSITA’
LA PERVERSA FORBICE FRA MITI E BISOGNI
di Giuseppe LIMONE
Entrare nel disagio dei giovani all’Università è navigare in un arcipelago
di ‘vissuti’ di cui è certamente difficile delineare l’insieme in poche righe, ma in
cui è necessario guardare. Il giovane avviato all’Università, infatti, – il giovane
reale, non quello pubblicizzato dai rotocalchi di maniera – si scopre ben presto
catturato nella forbice fra due contraddizioni. La prima: fra ciò che gli si chiede
e ciò che trova; la seconda: fra ciò che si aspetta e ciò che realmente gli si dà.
Ciò significa che il giovane, entrando nel mondo dell’Università – un
mondo pur così ricco di prospettive e di sollecitazioni –, si trova avvitato nel
conflitto fra la condizione generica di aspirante al duplice mondo del lavoro e
della classe dirigente e la condizione specifica in cui trova di fatto negati molti
strumenti per realizzarne il percorso.

Innanzitutto, nonostante le fantasmagorie della civiltà informatica e
massmediale, questo giovane trova che gli mancano strumenti e strutture o che,
nella migliore delle ipotesi, l’affollamento ne rende impraticabile la funzione.
Troppo spesso mancano trasporti, mense, residenze, luoghi di confronto
informale all’interno delle strutture predisposte dall’Università. Mancano sale di
lettura, sale informatiche, possibilità immediate di accesso ai libri e alle
biblioteche. Si trova davanti a Biblioteche che aprono troppo tardi e chiudono
troppo presto. Biblioteche che non comprano libri o li comprano troppo tardi.
Biblioteche che non orientano, ma respingono. Si trova nella difficoltà estrema di
avvalersi di collegamenti informatici, di collegamenti multimediali – finanche di
fotocopiatrici –, di sale di conversazione e d’incontro. Il ragazzo, avviatosi
all’Università, incontra scarse occasioni di tutorato e di orientamento. Salvo
eccezioni, egli trova scarse occasioni di rapporto personalizzato col docente. Egli
entra nell’Università come individuo e si ritrova come pedina. Rischia di trovarsi
selezionato non sulle capacità intellettuali ma sulle attitudini al disagio. Gli
mancano i luoghi essenziali in cui fare comunità.
Veniamo all’altro aspetto della contraddizione. Il giovane si aspetta
dall’Università, e l’Università avrebbe il dovere di dargli, due cose.
L’inserimento nel mondo del lavoro e una formazione critica complessiva, che
sia in grado di renderlo cittadino capace e dotato, futuro interpetre dei ruoli della
classe dirigente. Ebbene, l’Università è ben lungi dal dare tutto questo, anche se
sforzi in questa direzione, in alcuni casi, ci sono. Il giovane si aspetta che
l’Università offra frequenti stages di formazione – e questo manca o è riservato a
pochi, privilegiati e/o fortunati. Il giovane si aspetta che ci siano borse di studio
atte a sostenere i volenterosi, a non allargare la distanza fra i ricchi e i poveri – e
tutto questo manca. Ma soprattutto il giovane si aspetta che l’Università sia un
luogo in cui l’informazione importante per lui circoli in modo ‘libero da
dominio’ e si accorge invece che essa – l’informazione che conta – è sempre più
riservata a corridoi e a canali privilegiati. Non si parla, poi, dei disagi incredibili
degli svantaggiati per handicap.
Certo, la condizione migliore per un giovane che si avvia al mondo del
lavoro, al mondo della formazione intellettuale e civica e – perché no? – alla
ricerca sarebbe l’esistenza di ‘campus’ aperti alla fruizione di tutti – ma tutto
questo – forse – significherebbe chiedere ‘troppo’: quel ‘troppo’ che è
l’essenziale. Quante risorse lo Stato investe per la ricerca? Nonostante tutte le
blaterazioni europeiste, ancora troppo poche. Occorrerebbe – contro tutte le leggi
finanziarie – collocare a riserva costituzionale di bilancio statale i fondi per
la ricerca pubblica e per l’Università, in modo che nessun governo, di nessun
colore, possa violarne il minimo garantito. E, per far questo, occorrerebbe
una battaglia studentesca e giovanile, di livello europeo, per vincolare le
Istituzioni e per costringere le Istituzioni ad autovincolarsi. E invece l’Università
va, dal punto di vista della costituzionale apertura ai ‘capaci e meritevoli’, in
senso opposto. Essa, se si osserva bene il trend in cui marcia, diventerà sempre
più luogo per figli di danarosi e di privilegiati, in grado di mantenere la prole agli
studi per la riproduzione del proprio ceto. Si pensi a quanto costeranno i master
di specializzazione e a come saranno distribuite le borse di studio. Troppo spesso
le dichiarazioni enfatiche di ‘adeguamento all’Europa’ sono soltanto strumenti
mimetici per nascondere intenzioni strumentali e peggiorative, che dimenticano
le diverse strutture complessive in cui opera l’ ‘Europa’.
Ma tutto questo, ove se ne assuma lucida consapevolezza civile, non è un
destino, perché cambiarlo è nella mente e nella determinazione di tutti coloro che
hanno veramente a cuore l’Università: e può essere nella mente e nella capacità
critica di tutti quei giovani che, capendolo, avranno la determinazione e la forza
per pretendere un’inversione di tendenza. Certo, il sistema massmediatico –
troppo spesso – alleva, còccola e seleziona ragazzi acritici, disattenti, mielosi,
incapaci di capire, irrimediabilmente persi nel giorno per giorno, nel gioco fatato
e falso delle loro mille vetrine – là dove credono di comprare il mondo e
vendono soltanto la propria dignità. Certo, occorre saper reagire CON FORZA a
chi ci propone – anche paludati esperti lo fanno – una concezione e una pratica
fondate sulla SEPARAZIONE fra valori umanistici e professionalità (anche allo
scopo di celebrare la seconda per seppellire di retorica i primi). Sono gli
apprendisti stregoni del nulla, pur osannati e pluridecorati, che hanno già
concorso a produrre, come ‘civiltà’, una locomotiva inarrestabile e iperveloce
senza conduttori. Occorre saper rifiutare il dolce avvelenato delle narcòsi a rate
e imboccare invece la strada – personale e sociale – del crescere. Ma è proprio
questa la partita del futuro. Che potrà essere vinta o persa se i giovani sapranno,
o non sapranno, vivere l’emozione del pensiero, la ricchezza della fantasia,
l’avventura della formazione vera, anche dura, il culto dei valori civili e la critica
militante della solidarietà.

GIUSEPPE LIMONE
Professore di Filosofia del Diritto e della Politica presso la Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli

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il Prof. Limone è sempre il numero uno!!!!

Come sempre ad ulteriore dimostrazione del valore del Prof.Limone questo stupendo articolo che dimostra l'unica persona veramente vicina agli studenti.Tutti gli altri sono dei falsi profeti senza discepoli.
non per niente è il prof. più amato dagli studenti.Ciauz

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Scritto da Visitatore il 19 Aprile 2006 - 11:05pm
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