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Un viaggio come metafora - Prof. Giuseppe Limone
Scritto il Febbraio 20th, 2006 da Visitatore
Un viaggio come metafora
di Giuseppe Limone
Ordinario di Filosofia del Diritto e di Filosofia della Politica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli.
Direttore del dipartimento di Scienze Giuridiche
Un viaggio come metafora
di Giuseppe Limone
Si è recentissimamente svolto – in gennaio – un viaggio degli
studenti della Seconda Università di Napoli presso le Istituzioni
dell’Unione Europea. Cento persone – fra studenti e docenti
accompagnatori – hanno viaggiato insieme in aereo e in bus, per
paesi e climi diversi, percorrendo in quattro giorni migliaia di
chilometri al giorno, con scarsissime soste. Un’esperienza bella,
ma dura. Le mete degli spostamenti erano delle più ambite e
prestigiose. Francoforte, sede della Banca centrale europea.
Lussemburgo, sede della Corte di Giustizia delle Comunità
Europee e della Corte dei Conti. Strasburgo, sede del Parlamento
europeo e della Corte dei Diritti dell’uomo. Bruxelles, sede del
Consiglio dell’Unione Europea e della Commissione Europea. E,
in ogni tappa, la visita non ha riguardato solo i luoghi delle
Istituzioni, ma momenti cruciali della loro vita istituzionale. I
ragazzi hanno potuto assistere a dibattiti e processi di grande
importanza; hanno potuto discutere con funzionari dell’Istituzione
visitata; hanno potuto preparare e continuare la discussione coi
loro docenti.
I circa cento studenti – vincitori di un concorso svoltosi
nell’ambito delle manifestazioni dell’Euro-day tenutesi al Sito
reale di San Leucio, sede della Scuola di specializzazione Jean
Monnet – questi cento studenti rappresentavano tutta la Seconda
Università di Napoli. Ne erano la voce, l’esperienza, la
testimonianza, il desiderio forte di esserci. Un pezzo vivo
dell’Università si muoveva con le loro persone.
Ma le riflessioni su un tale viaggio vanno, ad avviso di chi qui
scrive, ben oltre il mero resoconto di una cronaca, pur cospicua,
fatta di esperienze e conoscenze.
Si è trattato, infatti, di un viaggio che può rappresentare una
precisa risposta a un’interrogazione sull’Università – sul senso di
ogni Università.
Questo viaggio è infatti una metafora. In più sensi. Vediamone
alcuni.
1. Un’intera comunità di studenti che si sposta in Europa
rappresenta un illuminante modo di rappresentare quello che deve
essere un’Università per gli studenti. Una rottura del loro
coquillage. Il coquillage – il ricovero da conchiglia – è il luogo in
cui ogni ragazzo può tendere, per pigrizia intellettuale o
ambientale, a rannicchiarsi, per mantenere il calore e la protezione
di un circùito domestico che, mentre lo protegge, lo chiude. Il
coquillage è quel luogo di comodità vegetativa in cui ci si
recinge, e che paradossalmente prepara le massime scomodità
dell’avvenire: una vita provincio-centrica, incrostata di ruggine
localistica, grezza, gretta, strozzata, senza aperture mentali. Una
comunità viaggiante è la rottura clamorosa di ciò. E’ la rottura
delle paratìe dolci e stringenti. E’ la rottura delle false sicurezze.
La vera cultura critica è sprovincializzazione.
2. Un’intera comunità di studenti che si sposta per l’Europa è
un’interrogazione alle istituzioni e sulle istituzioni,
un’interrogazione che non si accontenta del libro scritto, ma lo
perfora. Per aver da fare con luoghi di carne e di sangue, dove la
vita pulsa con mille interrogativi e problemi. Dove la pagina
scritta pur resta stringente e preziosa, ma quando sa arrivare non
solo prima ma dopo l’esperienza vissuta, per esserne la radicale
rilettura e rimessa in questione.
3. Un’intera comunità di studenti che si sposta in Europa è la
sperimentazione salutare dello choc che spaesa. E’ la scoperta di
altre lingue, di altre esperienze, di altre modi, di altre tradizioni.
Per coglierne il bello e il diverso, il nuovo e il brutto, l’inquietante
e il meraviglioso. Per sapere che da altre tradizioni c’è da
imparare e capire. E che il mondo in cui viviamo non è l’unico
che esiste.
4. Ma un’intera comunità che si sposta in Europa è, al tempo
stesso, la riscoperta delle proprie tradizioni confrontate con le
altrui. E’ capirne aspetti che prima non si erano capiti, e che
l’abitudine impediva di capire. Perché l’abitudine troppo presto
trasmoda in pigrizia mentale, e la pigrizia mentale confisca
l’intelligenza a chi l’ha. Ma capire ciò è accorgersi a un tratto che
la civiltà appartiene ai diversi. E che l’unità si fa a partire dalla
molteplicità, non dalla sua soppressione. Perché la vera
uguaglianza non è mai abrogazione della diversità: ne è il rispetto.
E infatti, al di là delle nuove certezze monetarie, – non sempre
ciò appare – sta qui, forse, la più vera e più grande scommessa di
questa Europa da fare, pur fra i suoi evidentissimi limiti e ritardi.
Realizzare per la prima volta nella storia un’unità che non nasce
da guerre né da cessioni e conquiste, ma da riconoscimenti di
antiche matrici comuni. Costruire un’unità che non nasce
indossando nuove bardature istituzionali, fossero anche a
suffragio elettorale, ma contribuendo a seminare e ad animare –
anche con un semplice viaggio – in tutte le sedi il senso
dell’appartenenza vissuta, che è il primo vero modo per essere
un’istituzione. Appartenenza all’Europa. Madre unica e antica di
popoli diversi ed uguali.
Una comunità di persone viaggianti in Europa è una metafora
viva. Del mondo d’oggi. Delle sue sfide. Ma, soprattutto, una
metafora della criticità. Che, se è vera, è creativa. E mai si ferma
alla superficie del convenzionale e dell’ovvio, perché sa andare
oltre i fatti per capirne i come e i perché.
E i ragazzi hanno dimostrato di aver capito tutto questo. Nel
dibattito organizzato per fare il punto sul viaggio, le riflessioni
sono state appassionate e penetranti. Se ne dovrà far circolare il
senso. Lo si dovrà immettere in seminari e incontri, disciplinari e
interdisciplinari, che possano dare sedi di maturazione e percorsi
ai semi gettati.
Ed è stato forse questo l’ultimo, importantissimo traguardo.
Aver potuto, all’improvviso, sentire in sé stessi, direttamente
sperimentata, la forza dell’appartenenza. Sentirsi appartenenti a
un’Università che tiene a un rapporto diretto fra studenti e
docenti. Sentirsi appartenenti a un modello didattico che tiene a
un rapporto dialogico fra studenti e docenti. Sentirsi appartenenti
a un modello di apprendimento che può essere anche esigente e
severo, se è giusto. Sentirsi appartenenti a una comunità di studi.
Sentirsi appartenenti a un modo d’essere insieme che piace.
Giuseppe Limone
Ordinario di Filosofia del Diritto e di Filosofia della Politica
presso la Seconda Università degli Studi di Napoli
